mercoledì 18 luglio 2007

Rugiada

Come la rugiada che risveglia i fiori,
senza luce ne rilevo le forme.

(anonimo su una cartolina)

L'incontro - Parte 1

Il tramonto si stava affacciando sulla baia, il panfilo ormeggiato alla mia destra era osservato da più di un passante, maestoso e bello rendeva più accattivante il posto. Sembrava una serata come tante, ma così non fu. Nella piazzetta, centrale denominata Piazza delle Cinque Terre, gestita interamente nei suoi servizi da tale Enea Lobo, si respirava aria di mare. Le panchine poste tatticamente, sul lungo mare erano distanziate l’une dalle altre di qualche metro. La pavimentazione, di un rosso di Siena spento, terminava con una ringhiera in ferro battuto, per proteggere i passanti da eventuali cadute in un mare poco profondo e sempre calmo. Il rumore dei flutti, alquanto reale faceva compagnia a tutti noi, i colori del cielo, pulito e perfetto, si fondevano gli uni con gli altri. Un annuncio insolente e cadenzato, destava ogni tanto l’attenzione di qualche passante. Raccomandava di non usare armi, di non fare chiasso e di non disturbare, giustamente, gli altri.
Alle mie spalle uno stand della Mondadori con il suo banner pubblicitario senza fine, ricordava le pubblicazioni informatiche della casa editrice.
Le Cinque Terre era un luogo particolare, permetteva facili guadagni, solo standosene seduti a guardare il mare o la pubblicità elettronica dei vari stands. I passanti, velocissimi, ed alcuni con atteggiamento furtivo, si avvicendavano, correvano per accaparrarsi il posto, appena liberato, su una di queste sei panchine. L’ambiente bello, curato, era ed è tutt’ora rovinato dall’interesse economico, gente seduta, di molte nazionalità sembrava assorta in altre faccende, e praticamente non aveva attitudine al dialogo.
E’ in questi posti, sopratutto quando seduti, che ognuno di noi si guarda in tasca, verifica il proprio inventario e incomincia, prosegue o termina, la sistemazione degli oggetti raccolti in giro per le lande che ha precedentemente visitato.
Mentre procedevo nella ‘manutenzione’ del mio inventario, ascoltavo i pochi dialoghi della gente vicina. La lingua preminente alle Cinque Terre è l’italiano, ma spesso gruppi parlanti Francese, Tedesco, Inglese nella maggior parte, vengono a fare visita e magari trovare un posto a sedere per poter guadagnare qualcosa.
Maschi ben vestiti, curati e dal fisico perfetto, si sposano con l’ambiente, ma non tutti, si possono trovare anche persone con aspetto obeso e mal vestita. Quasi mai, si vedono femminucce non curate. Anzi, i colori sgargianti, le minigonne da urlo, perizomi, giarrettiere e acconciature splendenti sono la normalità.
E’ facile però scambiare escort per gente comune o gente comune da escort.
Appena conosco qualcuno o qualcuna, compilo immediatamente una scheda, per catalogarli, potrebbe infatti essere utile quando si rincontra. E’ una feature che uso spesso, infatti la sensazione che dai all’interlocutore, quando ci riparli, è particolare. Lo fai sentire quasi unico per te. Questo fa molto piacere alle donne.
Ovviamente essendo maschietto, l’attenzione verte sulle donne. Quando passano, cerchi rapidamente di capire, in base al nome e al cognome, che le identifica univocamente, di che nazionalità sono e soprattutto se parlano una delle mie lingue conosciute, italiano, inglese, francese, un attimo di tedesco e spagnolo.
Quella sera, un membro della famiglia Choice, si aggirava baldanzosa e senza meta nello slargo tra le panchine e lo stand della Mondatori. Le scarpe con i tacchi a spillo, le gambe slanciate, i capelli biondi, lunghi, raccolti all’altezza delle tempie da due fili, (sempre di capelli), che orizzontalmente partivano dalla frangia davanti per terminare ad una cipolla dietro, occhi da urlo, carnagione chiara, vestito scuro, con maglietta senza eccessivo decolté ma gonna che meritatamente faceva cadere l’attenzione sulle gambe.
Inutile negare, l’attrazione fisica, per tutti, maschi e femmine, è la prima clausola per poter iniziare un dialogo senza essere presentati.
Osai comunque. Il suo nome era Perla.
Rapidamente guardai il suo decolté, i suoi orecchi, le sue dita, e non trovai nessun oggetto ornamentale, collana, orecchino, anello, braccialetto fatto del materiale del suo nome. Ovvero di perle. Cercai nell’inventario in maniera rapida ed efficiente, correttamente suddiviso in aree tematiche, trovai degli orecchini. Non conosco la natura di quest’oggetto se di fiume o di mare, fatto sta che gli dissi “una ragazza con un nome così, non può non avere due orecchini di perle !”. Lei sorrise e accettò il mio regalo, fatto con il cuore. Senza dargli possibilità di replicare, gli regalai anche una rosa rossa, inappropriata per il linguaggio dei fiori, ma era l’unico fiore che avevo a disposizione. Incominciammo a parlare, malgrado, un altro personaggio, non era troppo contento della mia intrusione.
Incominciai a fare delle domande classiche da quelle parti, nel frattempo prendevo appunti per riempire la sua scheda. Dopotutto la mia presenza da queste parti è di fare la maggior parte di Public Relation per l’attività che dovremo aprire a breve, nelle immediate vicinanze delle Cinque Terre.
Infatti, nelle inaugurazioni, più persone ci sono e più ovviamente, si ha la possibilità di farsi conoscere con il passaparola.
Gli chiesi di includerla nella lista delle amicizie. Accettò cordialmente. Dopo un rapido saluto, con un arrivederci, ci congedammo entrambi. Iniziò uno scambio di messaggi e di saluti, non ultimo, da parte mia di cedere il posto di una delle tante panchine. Iniziammo un dialogo formale, scherzoso. Ci studiavamo. (segue)

La pesca Galeotta Parte 5

Il loro biglietto con data 11 si riferiva alla partenza da Kerkira e non da Patrasso. Ovvero la nave che stavano perdendo era quella che avrebbe dovuto portarle in Italia il giorno dopo. Infatti le tappe della nave erano le stesse dell’andata, solo al contrario: Patrasso, Igoumenitsa, Kerkira. Informatesi immediatamente se il giorno dopo ci fosse una nave, il comandante della nostra ci disse che l’unica che le avrebbe potute portare in Italia era una della Hellenic. Anna aveva paura della compagnia Hellenic, anche perchè un mese prima una era andata a fuoco. Si fidava solo di compagnie Italiane. Saltarono in macchina come delle gazzelle, per tornare all’Hotel, prendere le valige, la Lina e l’Annamaria e tornare per imbarcarsi con noi.
Nel frattempo, costernati e agitati, pregammo letteralmente comandante e hostess di ritardare la partenza, per dar modo a loro di imbarcarsi. Il comandante, gentilissimo e degno di rispetto, ci concesse 15 minuti ritardando quindi la partenza di altrettanti minuti.
Il traffico di Patrasso fu tiranno. Non fecero in tempo. Il comandante affranto, non poté che far chiudere il ponte di imbarco auto e far mollare gli ormeggi.
Mentre la nave si allontanava orizzontalmente dal porto, vedemmo la Fiesta rossa arrivare. Lina scese e correndo incominciò a gridare a squarciagola: ‘Guidooooo non mi lasciareeeeee’. La mia risposta a questa sua inaspettata reazione, fu quella, incoscientemente, di scavalcare la ringhiera per tuffarmi in acqua e raggiungerla, per fortuna Marco mi placcò dicendomi ‘arrovai ! statte accà, statte quieto, cercamm de nun fa strunzate’. Marco non parla mai in partenopeo se non quando deve dire una cosa serissima o spiritosissima. Le luci del porto si allontanavano inesorabilmente e il grido di Lina ripetutosi per almeno 50 volte, ormai giungeva ovattato. Non seppi mai se lo faceva perché il 12 doveva andare a lavorare in Lombardia, e quindi sperava in un mio miracolo, o perché effettivamente qualcosa di tenero era scattato nel suo cuore. Alla mia reazione, del quasi tuffo, Nello capì che io, Guido, era innamorato di un’altra donna e non più di sua sorella. Non proferì più parola per tutto il viaggio.
Ci fumammo una sigaretta tutti insieme, discutemmo un po’ sulla vacanza e io ancora più affranto, me ne andai a dormire.
Le salentine non erano stupide, io lo sapevo, dentro di me dissi, ‘La prossima tappa è Igoumenitsa, se trovano un traghetto che le porta dalla parte opposto del Peloponneso, attraversano il mare e incominciano a viaggiare di buona andatura, domani alle 7, si imbarcano su questa nave!’.
Mi sistemai nella cabina, mantenemmo le ‘configurazioni’ del viaggio di andata, gettai uno sguardo al lavandino nella stanza. Il viaggio sarebbe stato tranquillo dal punto di vista climatico, più tumultuoso dell’andata come stato d’animo, ma, malgrado ciò, mi misi a cercare l’hostess.
La trovai facilmente, il suo turno sarebbe terminato all’una di notte.
Parlammo tutti insieme della vacanza, tristi perché in vacanza si sta sempre bene ed è sempre corta. Gli impegni lavorativi, certamente non pesanti, non dovevano comunque essere disattesi. Un’ora dopo la mezzanotte, puntualmente mi incontrai con la hostess, si dimostrò affabile e simpatica, un pochino larga di fianchi, ma non troppo, ma aveva due occhi verdi smeraldo che non potevi non fissare. Parlammo della nostra vita, di quello che facevamo, se eravamo ‘impegnati’ e quant’altro. L’orario tardo, il viaggio alle spalle, quello che ci aspettava da Brindisi a Roma, furono elementi che non mi permisero di stare con lei tutta la notte. Scambiati i numeri del telefono, ci congedammo quasi come due vecchi amici. Mi sono dimenticato il nome, ma non il colore dei suoi occhi.
Dormii profondamente e alle 7:30 dell’11 ottobre mi svegliai di soprassalto con il rumore del ponte auto che veniva calato sulla banchina. Mi vestii di corsa, una sciacquata al viso rapidissima, e mi diressi a passo svelto verso la poppa della nave per vedere se la Fiesta rossa era lì in attesa per l’imbarco.
Guardai a di sotto, a destra, a sinistra, scrutai l’orizzonte. Nessuna traccia, nessuna auto rossa, niente di niente.
Pur non avendo fatto colazione, mi accesi la prima sigaretta della giornata, l’aria frizzante, il sole filtrato ancora dalle montagne circostanti, rendevano il mio stato d’animo, meno tormentato. Non mi capacitavo ancora di non averle trovate, di non aver rivisto ancora una volta Lina, con il suo radioso sorriso, la sua pelle abbronzata, la sua capigliatura leonina, schiarita ancor di più dai raggi solari che ci avevano interminabilmente accompagnato per tutta la vacanza.
Terminata la sigaretta, decisi, di prolungare il piacere momentaneo facendo la strada più lunga per ritornare in cabina. L’aria mi stava regalando degli attimi inaspettati di benessere prima, del viaggio di sette ore, che poteva essere noioso e stancante, sia per lo stato d’animo, sia perché su un traghetto, non c’e’ quasi mai nulla da fare. Anche l’hostess, mi avrebbe lasciato da li a breve, sarebbe sbarcata a Kerkira poco dopo.
Qualche secondo per orizzontarmi, intrapresi il corridoio scialuppe dove un’enorme porta automatica a vetri, mi avrebbe aperto la via per la cabina, che era da riassettare e da sgomberare prima delle dieci. A testa bassa e comunque distratto, vidi la porta scorrevole aprirsi davanti a me. Dalla parte opposta della vetrata c’era Lina, sorridente come non mai, che mi abbracciò e mi disse che viaggiarono tutta la notte per raggiungere il porto. Non avevo visto la loro auto, perché erano state le prime ad entrare.
Salutato i rimanenti membri del gruppo salentino, ‘catturai’ Lina e la portai sul ponte superiore dove iniziò un interminabile dialogo di 7 ore approfondito sulle nostre vite, senza segreti, senza remore senza filtri o inibizioni. Parlammo di tutto, dalle rispettive famiglie alle ex ‘compagnie’, dalla droga alle vacanze, dall’estetica all’astronomia, dal sesso alla religione, dalla cucina all’elettronica, discutemmo su tutto e di tutto due libri aperti sulle nostre vite.
Sentimmo entrambi il bisogno di andare in bagno una sola volta, non quello di mangiare, e di bere, parlando ininterrottamente, le sette ore volarono per entrambi.
Una cosa non mi chiarì, se la corsa sul molo gridando il mio nome, l’avesse fatto per farmi fare un tentativo disperato di fermare la nave o perché realmente gli dispiacesse di lasciarmi.
Arrivammo a Brindisi, scesi dalla nave mi diressi verso un bar per acquistare dei cioccolatini e per trovare un fiore da regalargli. Solo la cioccolata trovai, dopotutto era anche il giorno del suo compleanno.
Era arrivato veramente il momento di salutarci e con le lacrime agli occhi gli sussurrai ad un orecchio: Dammi tempo un mese per sistemare con la mia ragazza, poi ti vengo a prendere e ti porto da me.
Era scettica, pensava che non sarebbe stato cosi. Fugai ogni suo dubbio e la raggiunsi esattamente dopo un mese a San Benedetto del Tronto, dove lei insegnava per qualche giorno, estetica ad un gruppo di estetiste.
Dopo un anno e mezzo, esattamente il giorno che l’italiaparenti e amici festeggiavano noi, di sera all’Hotel Hyencos nelle vicinanze di Ugento. Quel giorno, Lina, divenne mia moglie. (fine)

La pesca Galeotta Parte 4

Dimitri personaggio piacente, parlava incredibilmente italiano e ci faceva mangiare con pochi soldi, tanto alla fine di giustificare la spesa in sole vezzosità tipo formaggi per qualcuno, salamini per qualcun altro e molta innegabile Nutella per uno solo di noi. Il Dimitri, come ricordo, era il cuoco, il cameriere, l’uomo dei vini. Ovvero il factotum del ristorante. Giustificava la mancanza di personale, (come che a noi desse fastidio), a causa della stagione ormai terminata. Spesso e volentieri, dopo cena, si metteva seduto accanto a noi e ci raccontava storie e aneddoti del posto. Purtroppo frugando nella mia mente, non ne trovo traccia. In effetti, la mia attenzione ormai era interamente catturata dalla salentina ormai abbronzantissima. Ricordo il particolare che Dimitri ormai, da vecchio conoscitore di turisti, spingeva sia lei che me a stare seduti accanto ed eravamo sempre i primi ad essere serviti. Il volpone consapevolmente, ogni volta mi spianava la strada e lo sguardo verso il Nello mi diceva che avevo via libera.
Molteplici scherzi caratterizzarono quella vacanza si tra il nostro gruppo che fra quello nostro e quello salentino. Lo scherzo della murena fu il più audace, infatti coricai la murena vicino la testa di Lina mentre dormiva e svegliandola di sobbalzo, si vide la faccia del serpente marino davanti i suoi occhi, si alzo di almeno 10 cm per lo spavento. Ovviamente, rassegnati, le canne da pesca servivano ormai per pescare dal piano di sopra ogni tipo di indumenti femminili stesi ad asciugare al sole.
Due incontri subacquei particolari, comunque ci furono. Il primo, che poi divenne compagno di vacanza, con un barracuda solitario, con un aspetto inquietante, ma non troppo visto che non era in branco. Il secondo con la murena assassina che voleva azzannare Marco.
Il signor barracuda, abbastanza grande, era l’abitante più illustre di quella baia, si aggirava indisturbato e consapevole delle nostre innocue intenzioni. Infatti sembrava sorridesse, dall’alto della sua incredibile velocità, quando qualcuno di noi provava a puntare una delle armi più cattive della nostra armeria, il fucile ad elastico da 120 cm con mulinello incorporato per la sagola della fiocina, riusciva ad spostarsi dalla parte opposta come ci avesse letto nella mente. Ci convincemmo che lo faceva veramente. Questo barracuda aveva il dono di sparire e riapparire in un batter d’occhio. Lo vedevi alla tua destra, sbattevi le palpebre nel fisiologico modo, stava già alla tua sinistra. Probabilmente era il guardiano del posto. Il suo occhio vitreo che guarda in ogni dove, meritava rispetto, tanto che ormai lo salutavamo quasi sempre ad ogni nostra immersione. Se non lo vedevamo, ci dispiaceva. Qualcuno di noi, ed anche io, eravamo consapevoli però che lui ci stesse osservando comunque. Non abbiamo mai azzardato a ‘tirargli’ anche perchè se lo mancavamo, avrebbe potuto chiamare i suoi amici e non ci sembrava carino essere il loro pranzo.
La murena assassina, probabile titolo di un film trash degli anni 70, era veramente cattiva. Dico era perché venne uccisa ma non troppo. Fu combattiva fino alla fine e anche su la spiaggia fu dura a morire. La vicenda della murena, scosse tutti quanti infatti, mentre eravamo a fare snorkling Marco davanti a noi, si affacciava, stando sottacqua, ad una scogliera piena di alghe, anemoni e ogni tipo di flora marina. Con la sua solita flemma, fece l’immersione perché attratto da un movimento nelle vicinanze di uno scoglio sommerso, ad una distanza di due o tre metri dalla parete rocciosa. La murena, infastidita, si staccò dalla tarpea rupe sottomarina e con fare inquietante si diresse verso il polpaccio di Marco. Nulla potevamo fare con le nostre armi ad elastico, potevamo rischiare di colpire il pesce Marco. Se la sbrigò egregiamente da solo. Incredibilmente come Clint Eastwood nel migliore dei film western, Marco estrasse la pistola di 30 centimetri ad aria compressa, equipaggiata con un tridente. Per sicurezza, per esperienza, non ultimo perché è un pescatore da scoglio, Submariner, portava sempre, questa pistola al polpaccio opposto a quello adocchiato dalla murena. Senza nemmeno prendere la mira, ruotando su se stesso, sparò senza esitazione colpendola alla gola, la quale con energia, incominciò a scodare. Un applauso subacqueo si levò all’unisono, o meglio, in silenzio, ci aspettavamo tutti che soffiasse sulla canna della pistoletta.
Venimmo poi a sapere che Marco la murena l’aveva vista e dall’alto della sua esperienza la stava ‘tracciando’ con la coda dell’occhio. Fu l’evento della giornata e via, tutti giù a farsi le foto con la preda ormai morente. Anche le salentine, accorsero e acclamarono con entusiasmo, un poco amplificato, la cattura della preda. Spesso si poteva ascoltare qualche commento ironico nei nostri confronti relativamente alla poca pesca. Nemmeno eravamo amici a momenti, già pretendevano che gli portavamo da mangiare a casa ;) eheheh.
I rapporti con Lina erano ormai abbastanza stretti, malgrado le avances fossero da parte mia fossero ormai pressanti, ne un effusione sentimentale, ne una confidenza sottovoce stavano caratterizzando il nostro poco remunerativo rapporto. I scherzetti infantili tra di noi venivano regolarmente effettuati, ma non presagivano una conoscenza ‘approfondita’ o qualcosa che potesse essere preludio e risoluzione di una particolare voglia.
Verso il tramonto, era solita fare delle passeggiate alla quali, prontamente mi offrivo di accompagnarla. Qualche corsetta era annoverata, ma forse più per farsi vedere atletica che per reale necessità.
La vacanza ormai volgeva al termine. In un tempo variabile di dodici, ventiquattro ore, ma prossimo, alle grandi partenze sia per andare o tornare dalle vacanze, mi prende, solitamente, una tristezza e nervosismo, che ormai, ma solo da qualche anno, riesco a controllare. Il cervello inizia a pensare alla preparazione dei bagagli, al viaggio, allo strapazzo dello scaricare l’auto, accompagnare o prendere eventuali compagni di viaggio, lo chiamo stress ante partenza. Stavolta questo stress sopraggiunse inaspettatamente con grande anticipo. Il pomeriggio dell’ultimo giorno di permanenza a Kardamili andammo a prenotare per tempo la cena, in modo da poter permettere al Dimitri di prepararci una cena abbondante, degna di un arrivederci a data da destinarsi. Rassicurandoci caldamente, ci disse di non preoccuparci ne sul contenuto, ne sul costo. Dopotutto l’inaspettato prolungamento di stagione, lo aveva entusiasmato, era diciamo, diventato un esterno del gruppo.
Il calar della sera, venne veramente presto. Il momento dei miei famosi ripensamenti, dei ‘se’ era arrivato. Non avevo, concluso nulla, avevo forse sbagliato tattica, ero stato troppo irruento, l’avevo pressata troppo? Avrei dovuto fare di più? Queste furono le mie domande prima di raccoglierci tutti quanti intorno ad una tavola imbandita di antipasti di mare. Di tempo per riflettere sulle strategie, rivelatesi errate, ne avevo avuto, infatti, mentre preparavo le mie valige, pulivo l’attrezzatura e caricavo l’auto, ero assorto in questa sorta di pensieri.
L’indomani sera, la nave per lo stivale, sarebbe partita da Patrasso con un passeggero triste e sconsolato.
La cena fu spettacolare, non di meno le prestazioni di tutti noi, chi scherzava e chi rideva, chi mangiava, chi stava bevendo come spugne. Vuoi per il vino, vuoi per l’atmosfera gioiosa che si era creata, non so come, raccontai barzellette ininterrottamente dalle ventitre alle due di notte. Non ricordo quante fossero, mi dissero più di duecento. Non ricordavo o meglio non sapevo di riuscire a ottenere una simile performance. Salutammo Dimitri, con la promessa di rivederci.La serata, o meglio la notte, grazie agli effluvi dell’alcool non mi diede a pensare troppo. La mattina partimmo subito dopo la colazione. Il commiato dai greci, fu educato e formale. Il viaggio di avvicinamento a Patrasso fu silenzioso e pensieroso per tutti, l’avvicinamento alla realtà lavorativa, incominciava a farsi sentire. Io guidavo il BMW silenziosamente e con un rimorso ancor più pesante visto che mi sarebbe piaciuto sentire una frase impossibile: ‘Guido… ti dispiace se vengo con te in macchina?’. Ciò, ovviamente, non avvenne. Arrivammo a Patrasso di sera, avevamo circa tre ore di anticipo sulle operazioni di imbarco. Qui ci saremmo dovuti dividere, infatti loro, avevano un biglietto con data partenza 11 Ottobre e non 10 come il nostro. Ci adoperammo tutti a trovare una sistemazione per le donne salentine. Trovammo un Hotel a circa cinque Km dal porto. La decisione di Lina di rimanere in Hotel, invece di venirci a dare un ultimo saluto al porto, come aveva scelto la leader e l’infermiera, mi lasciò di stucco. Ormai rassegnato la salutai e ci dirigemmo all’imbarco. Ci fermammo al tabaccaio per acquistare un congruo numero di pacchetti. Non mi azzardai a dire prendiamole sulla nave, ma lo avevo, malgrado tutto pensato. Provvidenziale fu l’anticipo, un traffico eccezionale, ci fece arrivare con un leggero ritardo rispetto al primo imbarco, (sono quelli che escono per primi solitamente), quindi imbarcammo le auto e rimanemmo sul pontile a chiacchierare tra di noi e le due superstiti. La partenza era ormai prossima, e una hostess della nave, piuttosto carina fece un incauto, (per lei), apprezzamento alle mie gambe. Il vuoto lasciato dalla salentina, senza cuore, fu per un attimo colmato da questa affermazione. Nel frattempo, mentre allaccio i rapporti di fratellanza e amicizia con la suddetta pipetta, niente male a dire il vero, qualcuno ci disse che era ora di partire. All’unisono un urlo inquietante di Anna e di Maria, catturò la nostra attenzione, più dell’imminente imbarco. (segue)