martedì 26 giugno 2007

Le emozioni di un rapporto.

Da un argomento giocondo come il precedente, passo ad un altro, senza colpo ferire, o di palla in frasca come si dice a Roma. L’argomento è il rapporto con un'altra persona.

Ho fortunatamente, tanti Amici, (con la A maiuscola) . O almeno li ritengo tali. Dico fortunatamente, perché al contrario di qualcuno, anche gli oneri che gli amici ti danno, cerco di portarli a compimento nel miglior modo possibile, e senza farmeli mai pesare più di tanto. La gentilezza e la disponibilità per loro è quasi sempre, salvo forza maggiore, garantita ad i massimi livelli. Per me l’amicizia è un legame fondamentale con le persone care, avere un amico è accettare tutto di lui, senza provare a cambiarlo. Capire le sue manifestazioni, e guardarle sempre con spirito, anche critico, ma ottimistico.
Un amico caro, molto caro mi ha tradito. Si mi ha tradito nel peggiore dei modi. E la cosa che mi fa più male, è un effetto collaterale che si è venuto a creare. Ovvero, non ho più la possibilità di vedere la piccoletta che ho tenuto a battesimo. Una Stellissima unica, seconda a nessuno.
Il rapporto di amicizia con questa persona è nato nel 1989, precisamente in un viaggio a Napoli. Andavo a Napoli molto spesso, almeno una volta a settimana. Lui mi chiese un passaggio, ed essendo un collega di ufficio, glielo diedi volentieri
Nacque subito un feeling particolare. Questa persona saggia come non mai, ha contribuito e ha fatto parte della mia vita molto più di un fratello. Con lui sono andato in vacanza molto spesso, con lui ho deciso se lasciare delle ragazze. E’ stato partecipe, consigliandomi positivamente su un milione di aspetti, dalla casa al matrimonio, dalle auto, alle moto, dalle biciclette al semplicissimo portatile.
Appassionato ma non stressato dalla pesca abbiamo passato insieme delle vacanze bellissime, Lampedusa, Grecia, Giglio, Sardegna, Puglia, Ponza etc.
Che io abbia un carattere clamorosamente particolare, più di una volta l’ho accennato. Gli errori in giovinezza sono stati soprattutto dettati dall’impulsività. Lui credo abbia sempre sopportato in silenzio, malgrado più di una volta, in nome dell’amicizia, mi sarei aspettato un dibattimento, un confronto, alle situazioni difficili che immancabilmente si sono create tra noi. La persona di cui vi parlo è più grande di me di sei anni. Ha un carattere chiuso e introverso in molti aspetti di vita, sciolto, affabile in altri. Soprattutto quando è coadiuvato da amici, la classica schiettezza campana, il detto calzante, che solo la loro borbonica cultura ha, fanno breccia su qualsiasi animo, facendo ridere a perdifiato, o a far pensare come nessun filosofo può farti fare. Questa persona ha un bagaglio culturale di informazioni che spaziano dall’astronomia alla filosofia, dalle auto alla botanica. Quasi laureato in Agraria (avete presente ingegneria aerospaziale ? beh è una quisquilia in confronto), laureato in Economia, e anche lui da poco a terminato un master in criminologia.
A questa persona, devo molto. Grazie a lui mi sono laureato, mi ha trasportato, incitato nei momenti difficili, ed anche io a lui, facendolo sentire sempre molto importante per me.
Ormai sono tre anni che non ci parliamo. Il rapporto è ancora più difficile a causa del fatto che lavora con me, nella stessa stanza, la distanza che ci divide, è una scrivania. Ci limitiamo ad un buongiorno e un buonasera, non chiamandoci nemmeno più per nome. L’unica volta in questo lungo periodo che ci siamo parlati, quasi come una volta, è stato quando gli è venuto a mancare un genitore.
Da cosa è nato questo silenzio ? Si stenta a credere, ma davvero non lo so. Veramente, lo giuro. Il giorno dopo della laurea in economia di internet, lui non mi ha parlato più. Insistendo e chiedendo i motivi, le risposte sono sempre state blande e schive. La frase classica ‘ nulla non ho nulla ‘, ma non spiegava l’atteggiamento. Ho scritto anche cinque e-mail, non ho avuto mai risposta. Ho chiesto alla moglie, la quale, mi ha liquidato ‘Sono cose vostre io non voglio entrarci ’ . Palesemente, non gli fregava nulla di aiutarmi a sistemare la faccenda. E’ dovuto, anche per dovere di cronaca, di parlare della moglie del mio ex amico. La moglie del mio ex amico è un po’ strana. E’ tedesca, precisissima, ma solo per le cose che gli interessano. E’ facile a dire le bugie. E credo abbia vissuto il nostro rapporto di amicizia con enorme gelosia. Qualsiasi cosa lui dicesse a me, e lei non sapeva, alzava sempre degli enormi casini. La gelosia è una brutta bestia, in tutti i campi, sia in rapporti di coppia che in amicizia. La tedesca ha sempre aborrito che suo marito studiasse per una laurea, paventando scuse indicibili, mettendogli bastoni fra le ruote e rendendogli non facile la vita universitaria a distanza. Ricordiamo che eravamo studenti lavoratori a Roma e dovevamo andare a fare esami a Forlì. Quasi sempre dovevamo partire alle quattro di mattina perchè non era possibile arrivare nella città la sera prima. Se avevamo gli esami in più giorni intervallati da un giorno di non esame, si doveva tornare a Roma per poi ripartire due giorni dopo alle quattro di mattina. Ma non è solo questo, lo stress era comunque martellante anche ogni giorno tra latte, pane e spese rapide comunicate magari alle 19:59 ovvero un minuto prima che i negozi chiudessero. La propensione alle bugie si è manifestata più volte in maniera plateale, con messaggi mai ricevuti sul cellulare, o con comunicazioni false. Una di questa che ha fatto rompere i rapporti con lei, è stato quando ha organizzato una festa per la Stellissima, mentre a noi a ha detto che non avrebbe fatto nulla. La giustificazione è stata che siccome io ero in rotta con il marito, non ha reputato necessario invitare nemmeno la mia compagna. Noi alla Stellissima siamo veramente attaccati. Proprio ieri, l’ho rivista dopo un anno ed è cresciuta molto, davanti a lei mi sono trattenuto, ma dopo le lacrime mi sono sfuggite in un attimo di mia intimità. Con il mio ex amico non credo ci sia più nulla da fare. La rottura dell’amicizia mi ha fatto passare un periodo di stress, dove in quel periodo, prima che mettessi l’animo in pace, mi sono uscite verruche e caduti capelli. Ora so che non c’e’ più nulla da fare, non riuscirei a perdonare il torto subito nemmeno se stavolta venisse lui da me. Non riuscirebbe mai a spiegarsi, non lo ha fatto prima, non lo farà mai. Ripeto, avrò delle colpe, non so quali ma sicuramente ce le ho, ma in nome dell’amicizia a cui credevo molto, avevo il diritto di conoscere dove avevo sbagliato. Così non è stato.
Se un giorno ci riparleremo, non sarà per amicizia, anche se lui lo vorrà, ma solo per puro opportunismo, ovvero quello di poter rivedere più spesso la Stellissima.

venerdì 22 giugno 2007

La Verruca...

Le verruche erano conosciute dagli antichi greci e romani e in alcuni scritti del 30 a.c. Aulo Cornelio Celso già parla di manifestazioni, simili a porri, che possono far pensare alle verruche. La loro identificazione come infezioni trasmissibili per contagio avvenne, però solo alla fine di questo secolo, mentre l’agente che ne è la causa, il virus papilloma, fu isolato nel 1949 e, qualche anno dopo caratterizzato come virus DNA doppia elica della famiglia dei Papillomavirus . Oggi si calcola che a soffrire di verruche è quasi il 7 per cento della popolazione.
(fonte ttp://www.dermaclub.it/)
Ebbene si sono stato colpito in data imprecisata da questo Papillomavirus di tipo 1.
Se si legge su internet qualcosa sulle malattie, state sicuri che quello pubblicato mette tutto un inquietudine clamorosa. Leggendo qua e la in siti di medicina, ho scoperto man mano di avere tutte le malattie di questo mondo e come, citato in 'Tre uomini in barca", effettivamente le uniche malattie che non ho contratto è stato il ginocchio della lavandaia o una vulvovaginite.
Ciò che scrivo potrà indurre a pensare che sono un ipocondriaco o come una ex amica tedesca disse "ipocondro". Non credo di esserlo...
Bene, una settimana fà ho fatto una visita ad i Nevi (Nei nel linguaggio comune) e lo zelante dermatologo del San Gallicano, dopo aver fotografato con un software niente male quattro o cinque nei, mi ha controllato sotto il piede e mi ha detto: "aaaahhh qui c'e' una verruca plantare bisogna toglierla subito", prodigo mi ha compilato l'impegnativa per la "Rimozione Criogenica" della povera verruca ignara. Povera verruca sì... dopotutto non mi ha mai dato dolore o problemi, se ne stava li sola soletta in pace e magari si mangiava anche un po di lipidi del mio grasso corpo. L'unico fastidio era quando con la spugna strumento indispensabile della doccia mattutina, la accarezzavo come un nuovo personaggio che dipendeva unicamente dagli "abbacchi, bistecche e tramezzini" che mi mangio sicuramente ogni tanto, il fastidio era come un granello di sabbia sotto il piede... niente di più.
Finita la visita ai Nevi, mi dirigo con il solito spaesato fare, verso un ufficio informazioni sano ed efficiente, ritiro il biglietto per la coda "397". Disperato dalla triste notizia appresa dal tabellone a led rossi che indicava il numero "324", mi metto seduto e aspetto. I sportelli erano sette, e nel giro di venticinque minuti, compreso il gesto educato di lasciare posto e numero della fila ad una signora anziana, l'appuntamento per il 15 c.m. è stato prenotato.
Qui inizia il casino... appena tornato a casa, mi accorgo che per il 15 non era possibile fare nulla. Telefono al numero di prenotazione unica (CUP) 803333. Un'odissea... La prima "operatrice" affermava che l'impegnativa ormai era scaduta... (ad ogni prenotazione, ci vuole una nuova impegnativa almeno così adducevano), un'altra che non si poteva riprenotare perchè bisognava aspettare che il sistema centrale registrasse l'assenza il giorno prestabilito. Mi arrabbio con la terza operatrice affermando che l'impegnativa andava bene e che questo intervento era demandabile a data da destinarsi.
Vengo prenotato per il 21 c.m.
Inutile dire le peripezie per raggiungere l'ospedale con Ricky. Traffico tentacolare sul raccordo anulare, (permettetemi la rima), arriviamo, parcheggiamo solo, a circa cinquecento metri di distanza. Arrivo per pagare il ticket, bancomat non funzionante, ricerca di spicci tra bar e persone in fila. Terminata questa via crucis, mi dicono "segua la linea Blu, prenda l'ascensore I o L o H. " seguo la linea arrivo all'ascensore tre. Come tre ? ascensore tre ? la linea seguita era la celeste scuro e non la blu. Pensate ad un daltonico, come avrebbe fatto ? . La linea Blu era dall'altra parte dell'androne gigante.
Arrivo alla sala d'aspetto e dopo una buona ora e mezza di attesa mi chiama il dottore "Si sieda sulla poltrona BLU, per me ce n'era una rossa e una quasi nera.
Non sono daltonico a meno che non lo sia diventato oggi e sia terminato appena uscito dall'ospedale. Sto blu oggi m'ha stressato.
Mi metto seduto sulla poltrona e il piede sul lettino. Come un contorsionista ci riesco in maniera goffa, poco decisa. Il medico compiacente e anche di una certa età con un inflessione un pò bisex mi spiega cosa succederà e nel mentre si prodiga in questo rapporto medico-paziente, la verruca sta urlando, lo so che sta chiedendo il piede e pietà. Dopo circa dieci minuti mi rimetto il fantasmino, la scarpa, e appena appoggio il piede per terra un dolore di ustione da sigaretta si irradia su tutta la pianta.
Zoppicando vistosamente e ritirato il certificato per il lavoro, e con un essere agonizzante con morte certa sotto il piede. Me ne vado a casa.
Povera verruca indifesa.
P.S. il 12 devo fare la visita per accertarsi se i soldi spesi per l'annuncio mortuario della verruca sono stati spesi bene oppure ancora una parte di lei è viva.

martedì 19 giugno 2007

Fifteen minutes to go... (IV)

Riprendo malvolentieri il discorso del museo. Non per pigrizia, ma perché sicuramente con le mie semplici parole, non sono in grado di spiegare quello che veramente sento e vedo. La presenza di tale edificio contrasta nettamente con quello che c’e’ intorno.

Qui manca veramente tutto, le infrastrutture di base sono inesistenti, le fogne a cielo aperto che costeggiano come marciapiedi, ogni strada, ormai sembrano normali, anche il naso si è abituato. Il grigio ocra che caratterizza questo posto non balza più agli occhi. I bambini, ci rincorrono con occhi profondi, tristi e felici nello stesso tempo, inventandosi stranissime smorfie e gestualità sempre più strane, per ricevere chissà quale compenso. Non ho portato nulla. Non credo sia possibile, ma chiederò, fare una scorta di cibo per poi distribuirlo. Ma in un attimo, pensando a questa cosa, mi viene in mente, quando da piccolo, lanciavo pezzi di pane alle galline nel pollaio della signora Maria. Mi divertivo a lanciarlo alternando il vicino e il lontano, per farle correre e per farle uscire pazze.

Qui non saprei davvero come fare, qui ci sono esseri umani, che malgrado tutto, ancora sorridono.

Una pensiero molto profondo, (da quando sono qui a dire il vero lo penso spessissimo, magari è qui intorno, ma non posso incontrarlo), va ad un amico virtuale, ma scriverò più approfonditamente di Lui appena avrò avuto l’ONORE di parlargli.
Un suo atroce dilemma, raccontato da interposta persona, è stato quello di scegliere tra decine di bambini a chi dare del cibo. Credo che in quel momento, avrebbe voluto avere una nave di cibo. Ora lo capisco, ora capisco davvero. Chi mi conosce mi troverà cambiato.

Le poche volte che mi faccio raggiungere dai mass media, ascolto i fatti di cronaca, con un’attenzione particolare alle prese di posizione, molte volte inesistenti, sugli sbarchi di extracomunitari sul nostro territorio. Extracomunitari una parola considerata da molti con superficialità, ormai ci concentriamo solo sulla notizia e non sul fatto che con questa parola stiamo identificando un gruppo di esseri umani.

Anche io sono stato così, anche io fino a qualche ora fa ero così, da qualche giorno non più. Attenzione, con questo non voglio assolutamente dire “accogliamoli tutti” ma non tutti sono delinquenti, non tutti vengono per rubare. Credo che molti vengano qui per raggiungere un qualcosa che li faccia sentire uomini, vivi e non rifiuti umani.

Cosa c’e’ di male, a questo punto, di migliorare la propria esistenza, almeno per racimolare qualcosa per poter vivere in un posto straniero e lontano ?. Non attribuisco colpe, non sono in grado di capire bene il problema, ma credo sicuramente che se il problema, fosse affrontato globalmente, seriamente senza tener conto del petrolio, della politica, sicuramente si potrebbe risolvere, si tratta di esseri umani di gente come noi.

Un’altra domanda che mi sto ripetutamente facendo è ma dove sono finiti tutti gli aiuti internazionali, dove stanno convogliando le cifre ? Qualche strada del centro è a malapena asfaltata, altre sono stradine e viottoli, dove l’immondizia fa arredamento, e addirittura impraticabili con un fuoristrada. La città vecchia, (quella con le case senza vetri), una volta doveva essere un agglomerato caratteristico di paglia e fango. Volete vedere come abitavano le prime civiltà degli uomini, venite qui. Qualche casa finemente rifinita balza agli occhi e il gap tra povertà e ricchezza è smisurato. Probabilmente sono abitazioni di governanti o signorotti manzoniani, che con sotterfugi e con la collusione di qualcuno, si permettono uno stile di vita palesemente diverso.

Qui non vedo edifici in restauro, non si vedono nuovi palazzi in costruzione, solo miriade di persone con lunghe barbe e rosari in mano che guardano noi come fossimo in cagnesco o extraterrestri, probabilmente lo siamo. Gli edifici semidistrutti, ai piani superiori sono deposito detriti, al piano terra, botteghe con mercanzia disparata. Mi è balzato all’occhio un ‘negozio’ che vendeva cerchioni usatissimi e arrugginiti di auto. Stupidamente, un sorriso mi è sfuggito, credo sia tutto il suo benessere e io ho riso di lui.

Se a questa gente li aiutiamo, rendendoli partecipi di quello che vorremmo e potremmo fare con il loro aiuto, probabilmente non ci guarderebbero così male. Secondo me qui c’e’ stato un approccio troppo occidentale, e questo forse stato l’errore o è l’errore. Vedere tutto con occhi occidentali, senza tener conto della dignità, degli usi, dei costumi, delle credenze, del Know-How culturale di questa gente non aiuta noi ad essere amici loro.

Oggi ho guardato più volte il cielo, stavolta azzurro… sembra più bello del solito, domani sarà una giornata che avrà giustificato la mia presenza qui. Una frase di addio della guida è stata… ‘ Qui a …. Nevica sempre….’ Non ho compreso bene il significato. Per ora mi accontento di quello meteorologico.

Questa mattina è un bel giorno, oggi termina se tutto và liscio la mia “gita” . Nel nostro gruppo c’e’ una strana tensione, il nostro lavoro ormai è quasi terminato, basta ancora qualche ora le più difficili ma la fatica di questi giorni è propedeutica per l’ultima “tirata” di oggi. Molta gente qui intorno, i pochi che ci hanno visto si domandano forse che cosa stavamo facendo qui. Se riesco ad avere una connessione decente con qualche mezzo telematico provo a telefonare, non ci è consentito usare mezzi tradizionali.

Ora vado il lavoro il più serio ci aspetta.

Finito… tutto finito, almeno in parte. L’intento per cui siamo qui, ha avuto la massima espressione, ovvero tutto è riuscito per il meglio.

Saremo di partenza e non ci è dato sapere quando, il come lo conosco. Il gabbiano cattivo sarà pronto per mangiarmi speriamo mi porti nel suo ventre e mi lasci intatto con la sua lenta digestione. Intanto ho rimediato uno “stordente” una serie di Tavor che mi indurranno un bel sonno chimico. Stavolta, quando ascolterò la famosa frase “ Fifteen minute to go” non avrò troppo tempo per pensare. Mi impasticco in barba a tutti i pensieri ansiosi che mi vengono dal secondo minuto di attesa. Speriamo facciano presto effetto. Al massimo venti minuti così mi hanno detto… non ho intenzione di sorbirmi altri pensieri ho pensato troppo per il mio ristretto cervellaccio. Termino con una frase, appena arrivata nella mia mente pensando a questa esperienza, in attesa di un domani:

E un bel giorno dimenticando di aver visto, vivrò pensando e tenendo conto delle mie emozioni, sensazioni, e non dei miei ricordi visivi sbiaditi….( Orsissimo 67 )

…e il tempo ruba i contorni ad una fotografia ( Renato Zero)


Evviva la chimica.

(lo correggerò e lo rivedrò come parte unica appena posso)

Fifteen minutes to go... (III)

Oggi è un altro giorno, la sveglia normale, il sonno non c’e’ stato, i motivi li conosco. Agitazione da pensieri negativi, caldo non hanno certo contribuito alla mia ormai perenne insonnia. Non ho le gocce per dormire e anche questo non mi ha aiutato. In più come se non bastasse, il dolore al fianco, che mi attanaglia ormai da venti giorni, si sta acutizzando. Non ho intenzione di andare dal medico a casa, figuriamoci qui.

Ieri sera sono entrato in uno spaccio. La merce disposta con ordine su scaffali da cantina, era varia. A parte detersivi, lamette, acqua, patatine, due cose mi hanno colpito tantissimo. Il quantitativo di gomme da masticare Daygum e i pupazzetti di peluche.

Le ChewingGum di tre o quattro gusti disposti in ordine vicino la ‘cassa’ ricoprono almeno un metro quadro di bancone. Tale abbondanza è forse giustificata da due motivi. Il primo per enfatizzare l’igiene orale, l’altra per far scaricare forse un po’ di tensione con la masticazione.

I pupazzetti di peluche sono sicuramente da riportare come presente quando si torna a casa, magari alla ragazza, o all’amica del cuore. Speriamo che questa parte dello store, venga svuotata.
Do ragione pianamente ad una amica che dice che quando ti fai la doccia, dopo sembri piu' sporco di prima, non è per l'acqua, che sembra apposto, ma è per la durata. Infatti abituato ai miei quaranta minuti, qui te ne devono bastare tre.

Ora è arrivato il momento di andare. Crema protettiva, telefono Sat, cappello, occhiali da sole, una borraccia.

Tornerò per scrivere. Ne sono sicuro.

Eccomi qui.

Ricco dentro, infelice dentro, stanco fisicamente. Sorridente fuori.

Non siamo usciti, da dove siamo entrati l’altro giorno di notte. Anche stavolta in totale tre autoveicoli, noi al centro… Stavolta non si corre, a parte qualche tratto considerato, con qualche parametro statistico o informativo, l’andatura è stata lenta.

La povertà e la sporcizia, sono regine in questo posto. Il paesaggio è color seppia. Case basse, con mattoni argillosi scrostati dall’escursione termica, non hanno manutenzione alcuna… devono sopravvivere qui, figuriamoci se pensano agli intonaci. Le persone sono coperte da lunghi lenzuoli bianchi, lo straniero spicca subito, i bambini giocano, fanno i loro bisogni all’aria aperta, le donne, se sono donne, sono celate da abiti scuri come in un lutto perenne.

Siamo arrivati ad un variopinto mercato, parte da una piazza, poi si districa e si ripartisce in viuzze simili che caratterizzano quartieri di Napoli. Disordine, rumore e capacità di adattamento, spicca in maniera plateale. Sembra un PortaPortese, la domenica mattina, solo che le ‘bancarelle’ sono molto meno fornite. Qualche pollo pende, appeso per le zampe. Legumi e cibi a me sconosciuti, vengono venduti e pesati con delle strane bilance. Le stoffe colorate con metodi naturali, con colorazioni tendenti all’indaco accendono di colore il paesaggio tumultuoso seppiato. Abbiamo un interprete con noi, sembra sia la prassi. Infatti gli usi e costumi degli occidentali, possono essere fraintesi e l’interprete serve anche a questo, appianare questo gap. Le mercanzie esposte sulle bancarelle hanno la loro ombra grazie a dei tendaggi color bianco sporco, i quali si muovono con ritmi ondosi grazie alla brezza termica generata da questo calore asfittico. Questi sono i mercanti ricchi. Man mano che si va avanti in questo bazar di merci e di etnie, dove vieni scrutato furtivamente da occhi che sembrano olive nere, si diradano i banchi, ed è qui che donne, sedute per terra, come stessero facendo elemosina, espongono i loro poveri beni. Qualche statuina intarsiata nel legno, scatolette di varia misura, ciondoli artigianali di dubbio gusto, con fattezze mai invocanti la religione. Strano eppure è il loro credo principale, danno la vita per la religione, li conduce, li influenza nelle scelte semplici e importanti. Probabilmente sono attorniato da simboli iconoclastici ma sono realmente ignorante in proposito, non li conosco e quindi per me non ci sono. Una cosa è certa, seguendo gli insegnamenti e il dubbio operato perpetuato nei secoli della religione cattolica, parecchi di noi occidentali considerano, ad estremo torto, il loro Loro Profeta, poco più di un santone.

Pensando anche qui, come nella breve ‘gita’ nella Cina pechinese, mi fa impressione la ricchezza che abbiamo nelle nostre case. Un’immagine che contrasta fermamente con tutto ciò che ho scritto finora è la presenza del telefonino. Da tonache colorate spuntano fuori nokia e samsung, certo non proprio gli ultimissimi modelli, ma ci sono. Per l’occidente fermare su una fotografia un immagine simile, in questo contesto, a tratti medioevale, potrebbe sembrare una perla, un qualcosa di unico. Credetemi non è cosi. Mi viene da pensare al tipo che gira in Ferrari dalle mie parti, ma ha casa in affitto e va al discount per fare la spesa. (se la fa).

Vorrei, desidero ardentemente una SIM del luogo, ma non abbiamo tempo per comprarla. (Pensate che banalità… desidero una SIM!)

Il trasporto della mercanzia dei commercianti che si dirigono verso le loro destinazioni identifica il loro status sociale. Taluni con automezzi che farebbero ribrezzo anche allo sfasciacarrozze più brutto, biciclette con sopra fino a tre persone, mi sono passate lentamente davanti, altri con bastoni che fanno da braccio della bilancia di cesti alle estremità, altri ancora con cesti adagiati sul capo con un straccio come base.

Qualche camion dalle alte ruote e qualche jeep russa, rimessa a posto chissà quante volte passa per queste strade incurante della polvere che alza e della gente stazionaria sui cigli di queste carreggiate naturali, non di certo progettate da un urbanista attento.

I mezzi pubblici, sono dei pulmans con o senza vetri, non danno l’idea del comfort, qualcuno celeste e bianco, altri di altri colori sbiaditi, senza paraurti. Non credo siano sufficienti per trasportare i tre milioni di persone che mi dicono esserci in questa città.

Parte di questa città è arroccata sulla costa di una montagnetta, le case marroni e beige sono senza finestre, non dico senza aperture, ma proprio senza vetri, o infissi. Non oso chiedere, probabilmente sarà una parte abbandonata. Non è però tutto seppia ora, qualche palazzo esiste anche a più piani, sembrano funghi in un sottobosco beige. Più avanti, la guida ci indica un museo (---)

La sera cala brutalmente e l’escursione termica si sente, dopotutto siamo a 1700 metri di altezza. Oggi mi è sembrato tutto calmo, ma è solo apparente... ad un occhio attento non sfugge. Ovviamente l'agitazione qui è più tangibile rispetto a fuori.

Non ho ancora parlato del cielo di giorno, almeno credo. Il coloro del cielo non è celeste e blu qui. E’ di un colore marrone chiarissimo, dato dal calore che si solleva nell’aria. La terra argillosa è arsa dal sole, sembra non riceva acqua da millenni.
Ora mi sparo per l'ennesima volta la compilation freddy composta da più di trecento canzoni, fin'ora vuoi per una cosa vuoi per un altra ne ho sentite solo una decina. Quale sarà la prossima ?
Vai ipod vai... facci dimenticare.

Tornero’ a scrivere appena posso.